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15 maggio 2021

‘Crescere insieme’, Alberto Pellai: “Ecco perché è nostro figlio a farci diventare genitori e non viceversa”

Categoria: #foriumdalcomune

“Non si nasce genitori” è il titolo del primo e partecipato incontro del ciclo “Crescere insieme“, che ha visto tra i protagonisti l’agenzia formativa Forium di Santa Croce sull’Arno, di scena lunedì 3 maggio 2021 in diretta Youtube. Protagonista è stato Alberto Pellai, 56 anni, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore, scrittore di fama nazionale, intervistato da Valerio Ianitto. Ecco alcuni passaggi dell’evento raccontati in questa nuova puntata di #foriumdalcomune.

Come si fa a prendere per mano un preadolescente?

Quello che per i genitori diventa un percorso di crescita, noi lo consideriamo come una “trasformazione”: cosa diventiamo? Non si nasce genitori, lo si diventa alla nascita del nostro figlio. Un figlio ci dovrebbe dire “Ti ho fatto nascere papà, ti ho fatto nascere mamma”. Senza di lui non riusciremmo mai a fare questo salto nel ciclo di vita dall’essere persone adulte a genitori, entrando nel territorio del “per sempre”, in cui possiamo dismettere tutte le nostre identità o le funzioni nella vita. Possiamo smettere di essere partner affettivi del nostro compagno di vita o avere un ruolo in ambito lavorativo, ma se ci nasce un figlio noi saremo suoi genitori per sempre, lo stesso cognome è un’assunzione di responsabilità.

Quando i bambini nascono sono completamente indipendenti, ci dobbiamo prendere cura di qualsiasi cosa attinente alla loro vita, un neonato non può prendersi cura di se stesso in nessun modo. Man mano che cresce quella dipendenza si trasforma in qualcosa che possiamo definire una conquista di una progressiva autonomia. Tutto non deve essere pensato dall’adulto ma lo stesso figlio può prendersi a carico parte del proprio processo di crescita e percorso di sopravvivenza. Aumentano quindi le distanze: mentre noi nel primissimo tempo della loro vita dobbiamo essere vicinissimi, man mano che crescono può aumentare la distanza tra noi e loro. Ciò non significa la scomparsa di mamma e papà, ma che loro hanno costruito il loro spazio nel mondo interno del figlio. L’adolescente si porta dentro di sé i propri genitori usandoli come un riferimento, in funzione del lavoro di semina, orientando il proprio passo. La crescita da bambino ad adolescente si sposta quindi dal territorio della protezione a quello dell’esplorazione.

Quando la preadolescenza diventa adolescenza?

L’età evolutiva si struttura per fasi differenti. Parliamo genericamente di prima e seconda infanzia, l’intervallo di tempo dalla nascita alla fine della scuola primaria. La preadolescenza solitamente corrisponde alla scuola secondaria di primo grado, tra i 10 e i 14 anni circa, poi si entra in adolescenza dal 14 ai 19 anni, spesso facciamo l’errore di trattarla sempre nello stesso modo. In realtà ci sono tre adolescenze: la prima, quella di mezzo e quella che potremmo definire tardiva e può durare tantissimo con il rischio di diventare adolescenti per sempre.

Della preadolescenza si è sempre parlato poco, nessuno considera lo specifico di questa età. Invece ci sono caratteristiche che ci fanno capire come quel ragazzo non funzioni più come un bambino delle elementari. È l’età in cui i genitori chiedono più aiuto per i loro figli. Il cambiamento lo si vede nel corpo, nelle caratteristiche e le dimensioni, lo sviluppo sessuale, il fuori entra prepotentemente nel dentro dei nostri figli in maniera intensa e velocissima. Questo comporta che la parte emozionale del cervello viene accelerata e potenziata al massimo, quella che si butta nella vita senza percezione del rischio. Diventa una ricerca di divertimento, di gratificazione immediata e di piacere. La parte che riflette sulla vita, il cervello cognitivo, rimane straordinariamente immatura invece, ancora non competente di parlare alla pari con l’altra parte. Ci sono tutti i dispositivi tali da sembrare grandi, ma mancano tutte le procedure complesse, come le competenze per sapersi gestire.

Come si gestisce questo spaesamento?

Se noi conosciamo il funzionamento della mente, i cambiamenti nel cervello dei nostri figli, sapendo che hanno determinate caratteristiche nelle varie fasi dell’adolescenza, allora conosco come gestire crisi di rabbia esplosive di età diverse. Nel caso del 12enne, devo essere io a metterci il cervello cognitivo, se succede con il 18enne che spacca tutto e scalcia al muro dobbiamo preoccuparci: tutto quanto avrebbe dovuto acquisire non lo ha fatto ed è completamente sguarnito, c’è quindi tanto lavoro da fare non solo educativo ma anche clinico.

Inoltre, il genitore è l’allenatore emotivo del proprio figlio, lo considera proprio e sta al timone della zattera in qualsiasi condizione del mare. È quello che è successo nel periodo Covid, in cui abbiamo affrontato un tempo in cui si capiva poco o niente, i copioni della vita sono stati ribaltati come un calzino, ma restando sempre al timone. L’adulto è quello che ti dice “Io e te ce la faremo”, mettendosi nella posizione del capitano coraggioso e competente, il figlio affida un mandato esistenziale. A quel punto può far male per un figlio vedere l’adulto che si frantuma, il quale non riesce a resistere nella tempesta.

Il territorio della tristezza è interessante: i genitori che piangono vedendo lo stato d’animo dei figli che durante il periodo Covid non potevano fare niente. Noi dovremmo restare lì dicendo: “Come mi dispiace per te”, non “Come soffro con te”, devo sempre far vedere di restare integro, altrimenti loro non sanno più dove mettere il proprio dolore. Nella rabbia, invece, gli autogol sono frequenti: è il caso dello schiaffone al figlio affinché smetta di picchiare suo fratello. Basta parlare a bassa voce, con il tono giusto, per essere ascoltati: è la base per essere un allenatore emotivo.