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30 maggio 2021

‘Crescere insieme’, Daniele Novara: “Anche le materie teoriche hanno bisogno di applicazioni pratiche”

Categoria: #foriumdalcomune

Il ciclo “Crescere Insieme” organizzato da Forium nell’ambito del progetto “Vagabondi Efficaci” ha avuto come conclusione l’incontro con il noto pedagogista piacentino Daniele Novara. Autore, counselor e formatore, fondatore nel 1989 del CPP di Piacenza, ovvero il Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. È docente del Master in Formazione interculturale presso l’Università Cattolica di Milano. È autore di numerosi libri e pubblicazioni, alcuni dei quali di largo successo e tradotti in altre lingue. È l’ideatore del Metodo Maiuetico nell’apprendimento e nella relazione dell’aiuto e ha inoltre ideato il metodo Litigare Bene per gestire i conflitti dei bambini, efficace per imparare a farli litigare costruttivamente e liberarli dalle parole. Gli abbiamo posto alcune domande per i letto del nostro blog #foriumdalcomune.

Le conseguenze sociali della pandemia Covid-19 in che modo hanno inciso sui conflitti tra genitori e figli?

La pandemia che ha coinvolto l’Italia e tutto il resto nel mondo ha portato conseguenze che hanno colpito la popolazione non solo dal punto di vista sanitario. A cascata sono state coinvolte le relazioni in generale, ma in particolar modo quelle tra genitori e figli. Bambini e ragazzi che, per un lungo periodo, si sono visti privati della libertà. Bambini piccoli che, nella fase della loro vita in cui hanno più bisogno di socializzare stando insieme ai coetanei e di sviluppare le proprie autonomie, sono stati “rinchiusi” in casa. Chi se l’è vista più brutta sono i genitori degli adolescenti. Nell’età in cui si sarebbero dovuti organizzare per fare a meno di mamma e papà, per schiodarsi dal loro controllo, per liberarsi dal nido materno, si sono ritrovati esattamente agli antipodi di questo bisogno evolutivo, ossia in casa con loro.

Cosa ha comportato questa situazione di “coabitazione forzata”?

Questa convivenza forzata ha senz’altro acuito tensioni, incompatibilità, contrasti e conflitti, ma porsi nella logica di domare l’energia che caratterizza questa fase della vita, è il rischio più grosso che un genitore possa correre. Questi ragazzi, privati della scuola, dei momenti di ritrovo con gli amici, hanno cominciato a segregarsi sempre più tra le quattro mura della propria cameretta, magari in compagnia di videogiochi, isolandosi e creando un rifugio che fosse solo loro, in qualche modo lontano da una presenza comunque costante come quella della mamma. La comunicazione tra genitori e figli è stata messa a dura prova.

Come è possibile uscirne da questa impasse?

La strategia corretta per non farsi coinvolgere da questi contrasti si basa su indicazioni pratiche e concrete che coinvolgono prevalentemente proprio la comunicazione che dev’essere di tipo organizzativo, di servizio e oggettivo. Innanzitutto, la necessità di tenere la giusta distanza, la troppa intimità coinvolge; bisogna quindi cercare di ammortizzarla per riuscire a porre dei limiti e delle regole che aiutino la convivenza. Nella vicinanza forzata, le emozioni si elevano all’ennesima potenza, dando una piega diversa alla comunicazione; bisogna invece prendere tempo per impedirsi di accogliere una frase espressa con rabbia e restituirla con altrettanta, se non più, rabbia. Il terzo consiglio è quello di non prendere alla lettera ciò che viene detto per evitare di fare del male e farsi del male. Tutti stanno arrancando in questo tipo di situazione e rischiano di dare il peggio di sé. Ma se l’altro evita di raccogliere questo peggio, ecco che allora la comunicazione diventa sostenibile.

Le agenzie formative si occupano spesso di categorie di adolescenti che rientrano nei “drop out”, coloro i quali lasciano gli studi in anticipo per svariati motivi di livello, molto spesso per disagio. A tale proposito, come possono i genitori accompagnare questi ragazzi in un cammino che sia loro più adatto, per esempio una formazione professionale piuttosto che di istruzione secondaria superiore?

La scuola italiana è molto selettiva, non necessariamente attraverso il dispositivo delle bocciature a fine anno, ma più peculiarmente attraverso meccanismi di abbandono scolastico che in Italia raggiungono percentuali molto elevate. La nostra scuola è poco rispondente ai bisogni dei ragazzi che hanno scarsa attinenza con lo studio sui testi. Anche negli Istituti Tecnici, lo studio è sempre una dimensione molto sostenuta, se non prevalente. Non tutti i ragazzi hanno una adeguata attitudine a questo tipo di intelligenza che riguarda la capacità di stare sui libri. Molti di loro hanno intelligenze di altro tipo – spaziali, motorie – che la scuola non è in grado, in nessun modo, di valorizzare. Pertanto, il richiamo del Premier Mario Draghi sulla necessità che anche in Italia vengano adeguatamente sostenuti gli Istituti Tecnici votati a un apprendimento più operativo, mi sembra quanto mai pertinente. Nel nostro Paese, il modello idealistico gentiliano centrato sull’enfasi dello studio nella logica della “lezione-studio-interrogazione” è risultato fallimentare: lo dimostrano i dati che ogni anno vengono rilevati proprio nel riscontro degli apprendimenti, ma tanto più quelli sulla motivazione. Abbiamo bisogno che la scuola italiana sia più flessibile e offra ai ragazzi delle possibilità effettivamente diversificate.

Secondo lei la formazione professionale è in grado di superare questo scoglio?

Oggi come oggi, le troviamo in qualche misura in alcuni enti di formazione professionale, magari orientati, da un punto di vista pedagogico, all’operatività, ma anche in questi, il più delle volte, si rileva un cortocircuito fra le materie cosiddette di studio e le materie pratiche. Un cortocircuito che va assolutamente superato: anche le materie tradizionali possono essere realizzate in maniera operativa, pratica, applicativa e laboratoriale. Per questo, il mio metodo maieutico, di cui ho parlato nel mio libro Cambiare la scuola si può. Un nuovo metodo per insegnanti e genitori, per un’educazione finalmente efficace (BUR-Rizzoli, 2018) è perfetto e apre, da un lato, al superamento definitivo del modello gentiliano e, dall’altro, alla possibilità che i ragazzi, invece di abbandonare la scuola come sta succedendo, possano trovare nella scuola stessa una sponda e un orientamento per il loro futuro.